Автор: Il team editoriale di Findmykids

  • Cosa aspettarsi quando tuo figlio ha 10-13 anni

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    Il periodo tra l’infanzia e l’adolescenza non è una crisi, ma una fase di crescita. Tra i 10 e i 13 anni i ragazzi iniziano a cambiare e per i genitori non è sempre facile capire se tutto sta andando come dovrebbe.

    Cosa succede a un ragazzo a questa età

    La preadolescenza dà inizio alla pubertà. Nei maschi aumentano altezza e peso, cambiano la voce e la sudorazione, possono comparire brufoli e i primi peli sul viso e sul corpo.
    In alcuni casi si tratta di cambiamenti sono rapidi, per altri quasi impercettibili: entrambe le situazioni sono normali.

    Un altro aspetto che cambia riguarda il mondo interiore del bambino, che diventa più sensibile e autocritico, può prendere le distanze dai genitori e cercare di affermare una propria opinione. Emergono nuovi interessi ed è più frequente il desiderio di stare con gli amici o da solo.

    Cosa preoccupa più spesso i genitori

    Quando il ragazzo si chiude improvvisamente, diventa irritabile o perde interesse per ciò che prima gli piaceva, è facile allarmarsi, soprattutto se il cambiamento è significativo.
    I genitori spesso notano:

    • sbalzi d’umore improvvisi, suscettibilità, irritabilità;
    • distacco: racconta meno, rifiuta il dialogo;
    • forte attrazione per i dispositivi digitali e calo dell’interesse per lo studio;
    • chiusura in sé stesso, difficoltà ad accettare il proprio corpo e aspetto;
    • bassa autostima e ansia.

    È importante tenere presente che la maggior parte di questi cambiamenti è una parte naturale della crescita, non necessariamente un problema da “risolvere” subito.

    Come aiutare tuo figlio a superare questo periodo

    Anche se finge di riuscire a cavarsela da solo, il tuo sostegno in questo momento è particolarmente importante. Calma, accettazione e attenzione dei genitori offrono un senso di sicurezza e aiutano i ragazzi a comprendere meglio quanto gli sta accadendo.

    Ecco alcune cose semplici ma importanti che è possibile fare:

    1. Parlagli con calma e gentilezza, restando disponibile anche se l’adolescente tende ad allontanarsi.
    2. Chiedigli Come stai?,” evitando di fargli pressioni. Anche una semplice domanda può essere importante.
    3. Rispetta i suoi spazi personali: fai un modo che abbia il tempo e un luogo per stare da solo.
    4. Parlagli della crescita in modo chiaro e sereno, senza battute o discorsi vaghi. Se lo trovi difficile, puoi iniziare leggendo libri che spiegano chiaramente i cambiamenti del corpo cui gli adolescenti sono soggetti.
    5. Fai in modo che dorma adeguatamente, mangi con regolarità e faccia attività fisica.
    6. Aiutalo a rafforzare l’autostima: loda l’impegno, non solo i risultati.

    Se ti sembra che tuo figlio sia molto chiuso o se il suo stato ti preoccupa, valuta una consulenza con uno psicologo.

    Cosa dice la scienza

    Gli studiosi analizzano da tempo come si sviluppa e cambia il cervello nella preadolescenza. Ecco alcune scoperte importanti:

    • Il cervello dei ragazzi cambia in modo particolarmente attivo.
      Tra i 10 e i 13 anni la corteccia prefrontale, responsabile di autocontrollo e pianificazione, si sta riorganizzando. Questo influisce sul comportamento, rendendo più difficile controllare gli impulsi e concentrarsi.
    • Aumenta la sensibilità alle espressioni facciali e alle emozioni.
      All’inizio della pubertà aumenta la reattività del cervello alle espressioni dei volti, in particolare a quelle di disapprovazione, imbarazzo o derisione. Da qui deriva una maggiore suscettibilità o il desiderio di evitare di essere oggetto dell’attenzione di altri.
    • L’opinione dei coetanei diventa particolarmente importante.
      I ragazzi di 10-13 anni sono vulnerabili al rifiuto da parte degli altri: il loro cervello reagisce quasi come a un dolore fisico. Il sostegno in famiglia aiuta a superare le difficoltà e a non sentirsi soli.
    • La capacità di dire “no” non si sviluppa in tutti con gli stessi tempi.
      Quanto più è attivo il centro emotivo del cervello, tanto meno il ragazzo è esposto a rischi e all’influsso dei coetanei. Questo spiega perché alcuni riescono a dire “no” più facilmente di altri.

    Ciò che accade a tuo figlio tra i 10 e i 13 anni non è una crisi, ma una fase di crescita. Anche se ti sembra distante o chiuso, tu rimani comunque il suo punto di riferimento, anche se non te lo dice.

  • Cosa fare se un bambino urla “Ti odio”

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    A volte anche il bambino più affettuoso può dire a un genitore “Ti odio!”. Fa male, soprattutto quando cerchi di essere un genitore attento e comprensivo. Ma è importante ricordare che in quei momenti il bambino non parla del tuo valore, bensì dei suoi sentimenti che, in quel momento, sono intensi, difficili da controllare e spesso spaventosi anche per lui.

    Perché i bambini dicono “Ti odio”

    Queste parole sono un segnale di emozioni forti. I bambini dai 7 ai 12 anni possono dirlo quando sono stanchi, devono affrontare nuove regole o non riescono a esprimere diversamente rabbia e risentimento.
    Gli adolescenti tra i 13 e i 17 anni usano più spesso questa frase come forma di protesta, per farsi ascoltare o affermare la propria indipendenza. Dietro questa frase quasi sempre si nascondono dolore, confusione, rabbia o impotenza.

    Cosa è importante tenere presente per un genitore

    Cerca di non prenderla sul personale. Queste emozioni non parlano di te. Il bambino non ti sta giudicando né rifiutando come genitore: sta esprimendo sentimenti che non riesce a gestire, come rabbia, paura, delusione, frustrazione.

    Come rispondere, passo per passo

    Quando un bambino dice “Ti odio”, è importante non offendersi, ma mostrare che sei disponibile a interagire. Ecco cosa fare, nell’ordine:

    1. Mantieni la calma
      Anche se dentro sei sconvolto, sforzati di parlare con voce calma, senza toni bruschi. La tua tranquillità aiuta il bambino a sentirsi al sicuro: “Non mi hanno respinto, nemmeno quando ero furioso”.
    2. Fai una pausa
      Se non sai cosa dire, va bene così. Il silenzio e qualche respiro profondo spesso funzionano meglio di una risposta impulsiva.
    3. Offri sostegno con le parole
      Quando ti senti pronto a parlare, usa frasi che dimostrano al bambino che comprendi il suo stato emotivo senza alimentare il conflitto:
    • “Sei molto arrabbiato in questo momento. Lo capisco.”
    • “Mi dispiace che tu stia così male.
    • “Ti voglio bene lo stesso.”
    • “Sono qui.”
    • “Capisco che questo per te sia un momento difficile.”

    Cosa evitare

    In questi momenti è facile lasciarsi prendere dal risentimento per l’offesa, da rabbia o smarrimento. Ma la reazione dell’adulto è ciò che può peggiorare il livello dello scontro oppure aiutare a spegnerlo.
    Evita di:

    • urlare o rispondere con emozioni alle emozioni, perché questo peggiora solo la situazione;
    • accusare o offenderti: “Come puoi parlarmi così!”;
    • pretendere scuse immediate: dai tempo al bambino di calmarsi;
    • fare prediche: nei momenti di forte emozione il bambino non ascolta lezioni, ha bisogno di comprensione e della tua presenza.

    Come aiutare il bambino a gestire le emozioni intense

    La frase “Ti odio” spesso compare quando mancano parole, strumenti e una base emotiva solida. Per questo è importante non solo reagire con calma sul momento, ma anche insegnare col tempo al bambino a vivere le emozioni in modo diverso.

    Ad esempio, quando se ne presenta l’occasione, può essere utile:

    • Dare un nome alle emozioni: “Sembri arrabbiato”, “Questo può averti ferito”.
    • Parlare delle proprie emozioni: “Mi sono sentita triste perché…”, “Mi sono preoccupato quando…”.
    • Discutere dei sentimenti nei momenti sereni: film, storie o esperienze condivise sono ottime occasioni.
    • Ribadire che le emozioni sono normali: non tutti i comportamenti sono accettabili, ma le emozioni non sono motivo di vergogna.

    Col tempo il bambino capirà che può parlare apertamente di ciò che prova e, al posto di “Ti odio”, sarà in grado di dire “Sono molto arrabbiato” o “Mi sento ferito”.

    Dietro le parole più dure spesso si nasconde una domanda: “Sei ancora disposto a volermi bene?”. Una reazione basata sulla calma e sulla comprensione è il modo migliore di sostenere tuo figlio nella sua crescita.

  • Tuo figlio non vuole fare i compiti? Ecco cosa puoi fare

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    Tuo figlio protesta e si rifiuta di mettersi a fare i compiti? Niente panico: è una situazione comune a molti genitori. Vediamo perché i bambini evitano i compiti e come aiutarli a impegnarsi nello studio.

    Perché i bambini non vogliono fare i compiti

    Le ragioni possono essere molte. A volte sono evidenti, ma più spesso si nascondono dietro capricci, stanchezza o apparente indifferenza. Le più comuni sono:

    • Ansia, stress e insicurezza. Alcuni bambini hanno paura di sbagliare o di non farcela e quindi evitano i compiti.
    • Procrastinazione. È una risposta frequente al sovraccarico o alla mancanza di fiducia: il bambino rimanda, prende tempo, cerca distrazioni. Non per pigrizia, ma perché non sa da dove iniziare o teme il fallimento.
    • Compiti difficili, poco chiari o percepiti come inutili. Se non capisce cosa deve fare o non ne vede il senso, la motivazione cala. Quando poi i compiti sono tanti e le ore di riposo insufficienti, anche un bravo studente può esaurirsi.
    • Assenza di una routine e organizzazione. Fare i compiti ogni volta a un’ora diversa, senza un programma chiaro, rende più difficile concentrarsi e iniziare.
    • Troppe distrazioni. Giochi, dispositivi, il classico “ancora un minutino” impediscono di iniziare a studiare. La concentrazione diminuisce e anche un compito semplice può risultare sgradevole.

    Cosa sicuramente non aiuta

    A volte, stanchi e preoccupati, i genitori ricorrono a strategie che sembrano logiche ma che in realtà peggiorano la situazione:

    • urla, pressione e controllo costante, che aumentano l’ansia invece di risolvere il problema;
    • premi e ricompense, che possono ridurre la motivazione interna, soprattutto se usati di frequente.

    Anche se il bambino si mette a fare i compiti per paura di una punizione, questo non significa che si sentirà più sereno o sicuro e spesso si ottiene l’effetto contrario a quello desiderato.

    Come aiutare davvero il bambino con i compiti

    Quando un bambino rifiuta i compiti, è importante non alimentare il conflitto, ma creare le condizioni giuste perché possa farcela.

    Cosa fare:

    • Trasformare i compiti a casa in un’abitudine, sempre alla stessa ora e nello stesso luogo, ad esempio al tavolo della cucina.
    • Iniziare insieme: “Vediamo insieme cosa c’è da fare”. Questo riduce l’ansia e lo aiuta a iniziare.
    • Tenere conto degli interessi del bambino: se qualcosa lo incuriosisce, sarà più propenso a impegnarsi.
    • Dividere i compiti lunghi in piccoli passi e fare pause regolari.
    • Lodare l’impegno, non solo il risultato: “Hai iniziato ed è già un passo importante”.
    • Essere presenti, senza controllare ogni mossa: basta essere disponibili nelle vicinanze.
    • Parlare con l’insegnante se i compiti sembrano eccessivi: l’insegnante è un alleato, non un avversario.
    • Cercare un aiuto ulteriore se una materia è particolarmente difficile: qualche lezione privata può aiutare il bambino a superare le sue difficoltà.

    È importante anche creare uno spazio di studio confortevole: sedia e scrivania adatte alla statura, illuminazione adeguata e gradevole, poche distrazioni. Lascia che il bambino personalizzi il suo angolo di studio con adesivi, disegni o oggetti di cancelleria che gli piacciono: sentirsi a suo agio in quello spazio lo aiuta a mettersi al lavoro più facilmente.

    Se le difficoltà continuano

    Se il rifiuto dei compiti è costante e accompagnato da ansia, pianto o irritabilità, può essere utile parlarne con uno psicologo e verificare se ci sono difficoltà nascoste: autostima bassa, problemi di attenzione o di comprensione.

    Le ricerche mostrano che ansia, stress, procrastinazione, sovraccarico e senso di insuccesso sono cause frequenti del rifiuto dei compiti nei bambini. Sostenerli e adattare le richieste può essere davvero efficace. La cosa più importante non è lottare contro di loro, ma stargli accanto.

  • Errori comuni che allontanano l’adolescente da te

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    L’adolescenza è un periodo in cui i ragazzi cambiano, prendono le distanze dai genitori, provano a definire i propri spazi personali e a prendere decisioni autonome. In questa fase è facile sbagliare, anche con le migliori intenzioni.
    Ecco gli errori più frequenti che molti genitori commettono.

    Svalutare i sentimenti dell’adolescente

    Frasi come “non è un vero problema”, “ti sei immaginato tutto” o “ti passerà” aumentano il senso di solitudine. Gli adolescenti vivono le emozioni in modo intenso e hanno bisogno di sentire che gli adulti sono pronti ad ascoltarli e capirli.
    Cosa fare invece: riconoscere le emozioni dell’adolescente e dimostrargli empatia, anche se ti sembrano esagerate.

    Tentare di controllare tutto

    Un controllo rigido su aspetto, scuola, amici e dispositivi provoca spesso resistenza e alimenta i conflitti. L’adolescente ha bisogno di imparare a scegliere e a rispondere delle conseguenze delle sue scelte.
    Cosa fare invece: discutere insieme le regole, spiegare i motivi dei divieti e concedere più libertà negli ambiti non pericolosi.

    Mancanza di fiducia

    Sospetti, controllo dei messaggi, lettura del diario minano la fiducia. È più utile costruire una relazione in cui l’adolescente si rivolga spontaneamente ai genitori per chiedere il loro sostegno.
    Cosa fare invece: rispettare gli spazi personali e favorire una comunicazione aperta e franca, senza esercitare pressioni.

    Disciplina troppo rigida o troppo permissiva

    Un eccesso di divieti spinge a infrangere le regole, mentre l’assenza di limiti fissati può generare ansia e confusione. L’equilibrio tra regole e libertà è la base della stabilità emotiva.
    Cosa fare invece: stabilire confini chiari, accordarsi sulle regole e rispettarle.

    Critiche e confronti in presenza di altri

    “Perché non puoi essere come tuo fratello?”, “Hai una aspetto ridicolo”, “Mi vergogno a uscire con te” e altre frasi come queste minano l’autostima, soprattutto se dette davanti ad altri.
    Cosa fare invece: affrontare i temi difficili in privato e con rispetto per i sentimenti dell’adolescente.

    Ignorare il processo di crescita

    Trattare l’adolescente come un bambino, vietandogli ciò che ormai è adatto per la sua età o chiedendogli conto di ogni passo, lo fa sentire come se non fosse rispettato e compreso.
    Cosa fare invece: concedere più autonomia e riconoscere il suo punto di vista.

    Imporre le proprie aspettative senza dialogo

    “Devi iscriverti a medicina”, “Studierai inglese perché l’ho deciso io”: imporre scenari di vita senza ascoltare l’adolescente genera distanza e protesta.
    Cosa fare invece: parlare dei suoi piani e desideri, cercare compromessi e sostenere le sue scelte.

    Gli errori fanno parte del percorso, soprattutto quando un figlio cresce. Ma un dialogo attento e partecipato, il rispetto e la disponibilità ad ascoltare aiutano ad attraversare l’adolescenza con fiducia e sostegno reciproco.

  • 7 errori che quasi tutti i genitori commettono

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    A tutti capita di fare errori: sono naturalmente parte del fatto di essere genitori. Tuttavia, alcuni errori sono più frequenti di altri e possono impedire al bambino di sentirsi sicuro, di imparare a rendersi autonomo e di crescere sereno.
    Vediamo a cosa vale la pena prestare attenzione se tuo figlio ha tra i 7 e gli 11 anni.

    1. Confronto con altri bambini

    “Alice fa già i compiti da sola”, “Guarda com’è ordinata la scrittura di Luca”: sembrano frasi motivanti, ma in realtà i confronti svalutano gli sforzi del bambino e generano ansia.
    È meglio notare i progressi individuali e lodare l’impegno concreto.

    2. Incoerenza nelle richieste

    Oggi lo rimproveri per il disordine della sua camera, domani non gli fai nessuna osservazione. Il bambino si confonde e non capisce cosa sia davvero importante.
    Regole chiare, comprensibili e fisse danno un senso di prevedibilità e sicurezza.

    3. Controllo eccessivo

    Quando gli adulti controllano ogni aspetto – dai compiti all’abbigliamento – il bambino non impara a prendere decisioni da solo. Questo ostacola lo sviluppo dell’autonomia e della responsabilità personale.
    È importante concedergli gradualmente più libertà e insegnargli ad affrontare le conseguenze delle proprie scelte.

    4. Ignorare le emozioni

    Frasi come “non piangere”, “non è niente di grave” o “sono sciocchezze” svalutano i sentimenti del bambino.
    In questo modo può iniziare a pensare che le sue emozioni siano sbagliate. È meglio riconoscerle, dicendo ad esempio “Vedo che sei triste” e offrirgli sostegno.
    Se torna da scuola triste perché nessuno ha giocato con lui durante la ricreazione, puoi dirgli: “Così ti sei sentito solo. Capisco, è spiacevole. Vuoi parlarne?”.

    5. Criticare la persona, non il comportamento

    “Sei pigro”, “Sei sempre distratta”: parole così spingono il bambino a costruirsi un’immagine negativa di sé.
    Meglio parlare dell’azione concreta: “Hai dimenticato di spegnere la luce” invece di “Ti dimentichi sempre tutto”.

    6. Lodi inappropriate o assenti

    Le lodi generiche hanno poco valore. Se si loda solo il risultato e non l’impegno, il bambino può evitare le sfide per paura di sbagliare.
    È meglio riconoscere apertamente lo sforzo, i progressi e l’iniziativa.
    Ad esempio, invece di un semplice “Brava!”, si può dire: “Hai riflettuto a lungo sul problema e non ti sei arresa: mi è piaciuto come l’hai affrontato”.

    7. Aspettative troppo alte o troppo basse

    Pretendere un comportamento “da adulto” da un bambino di sette anni o fare tutto al posto di uno di dieci, ostacola lo sviluppo infantile. È importante tenere conto dell’età e aumentare gradualmente la complessità di ciò che viene richiesto al bambino.

    La cosa più importante è osservare come le nostre azioni influenzano il bambino ed essere pronti a cambiare. Se ti sei riconosciuto in alcune situazioni, non è un motivo per colpevolizzarti: significa che stai già facendo la cosa più importante, cioè essere disponibile e saper ascoltare.

  • Quanta attività fisica serve a un bambino di 7-12 anni

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    Tra i 7 e i 12 anni i bambini crescono rapidamente, sia fisicamente sia a livello cognitivo. Il movimento li aiuta a sentirsi meglio, a gestire le emozioni e ad apprendere con maggiore facilità. È particolarmente importante che l’attività fisica sia quotidiana.

    In questo articolo spieghiamo quanta attività è necessaria a questa età e come integrarla senza problemi nella vita di tutti i giorni.

    Perché è importante fare ogni giorno attività fisica

    Quando un bambino studia molto, ha ancora più bisogno di muoversi. L’attività fisica sostiene non solo il corpo, ma anche il cervello: migliora la memoria, l’attenzione e l’umore.

    L’attività fisica:

    • rinforza cuore, polmoni, muscoli e ossa;
    • aiuta a mantenere un peso sano;
    • migliora la postura e la coordinazione;
    • riduce l’ansia e migliora l’umore;
    • aumenta la fiducia in sé stessi e favorisce l’autostima;
    • migliora attenzione, memoria e rendimento scolastico.

    Quanta e quale attività serve a un bambino

    Secondo le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i bambini dai 7 ai 12 anni dovrebbero:

    • svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività fisica a intensità moderata o elevata;
    • praticare almeno tre volte a settimana esercizi che rafforzano muscoli e ossa.

    Come integrare l’attività fisica nella vita quotidiana

    Per fare attività fisica quotidiana, non è necessario praticare uno sport agonistico o partecipare a competizioni. Il movimento può diventare parte della routine quotidiana: a casa, nel tragitto verso la scuola o durante il tempo libero.

    Esempi di attività fisica:

    • camminate a passo sostenuto;
    • andare in bicicletta o in monopattino;
    • corsa;
    • danza o nuoto;
    • calcio, basket, ping pong, tennis e altri sport;
    • arrampicarsi, saltare, giocare nei parchi;
    • andare a scuola a piedi;
    • giochi attivi in cortile o in casa;
    • passeggiate e giochi con il cane;
    • aiutare in casa: pulizie, lavori in giardino;
    • salire le scale invece di usare l’ascensore;
    • gite e passeggiate in famiglia al parco o nella natura.

    Scegli ciò che piace a tuo figlio: danza, bicicletta, giochi con la palla, l’importante è che si diverta. Sostieni i suoi interessi anche se non corrispondono alle tue preferenze.

    Cosa è meglio evitare

    Uno stile di vita sedentario è il principale nemico della salute dei bambini. Più tempo un bambino passa senza muoversi, maggiore è il rischio di aumento di peso, riduzione della resistenza fisica e peggioramento dell’umore.

    È particolarmente importante evitare che gli schermi dei dispositivi sostituiscano l’attività fisica. Invece di guardare video per ore, proponi a tuo figlio una passeggiata, un gioco o un piccolo aiuto in casa: questo andrà a vantaggio della sua salute.

    Il sostegno della famiglia fa la differenza

    Se noi adulti siamo fisicamente attivi, i bambini ci seguono. Camminare insieme, andare in bicicletta o ballare in casa può essere utile sia per la salute sia per l’umore. L’importante è non imporre, ma dare il buon esempio.

    In questo modo il movimento può diventare per il bambino una fonte di gioia, sicurezza di sé ed energia: all’inizio poco alla volta, poi quotidianamente.

  • Cosa fare se tuo figlio adolescente smette di lavarsi

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    L’adolescente non si lava i capelli, indossa sempre gli stessi vestiti, non si lava i denti. I genitori si preoccupano, si arrabbiano, cercano di convincerlo, ma senza risultati.
    Sembra che il ragazzo sia semplicemente pigro o lo faccia “per dispetto”. Ma nella maggior parte dei casi le ragioni sono più profonde ed è possibile affrontarle, a condizione di usare la dovuta delicatezza, senza esercitare pressioni.

    Perché gli adolescenti smettono di prendersi cura di sé

    Queste difficoltà compaiono più spesso tra gli 11 e i 18 anni e riguardano circa il 20% degli adolescenti. È un periodo di crescita intensa, di ridefinizione dell’identità e di particolare sensibilità a ciò che accade nel mondo che li circonda.
    In questa situazione, la cura di sé può passare in secondo piano. Le cause possono essere diverse:

    • Disallineamento tra corpo e mente. L’adolescente cresce rapidamente, ma emotivamente può non essere pronto ad accettare i cambiamenti del suo corpo.
    • Calo di autostima e motivazione. Il ragazzo può sentirsi privo di energie o non motivato a prendersi cura di sé oppure non percepire il proprio valore come persona.
    • Perdita di connessione con i genitori. In assenza di una vicinanza affettuosa e disponibile, diminuisce anche la motivazione interna alla cura di sé.
    • Caratteristiche neurologiche. Nei ragazzi con disturbo dello spettro autistico o ADHD possono manifestarsi difficoltà di pianificazione e rispetto della routine o nella gestione degli stimoli sensoriali.
    • Difficoltà emotive. Bullismo, ansia, depressione o protesta possono manifestarsi anche attraverso il rifiuto dell’igiene personale.

    Come parlare di igiene con un adolescente

    È importante non farlo sentire in colpa e non imporre niente. Meglio far sentire la propria vicinanza e offrire sostegno con delicatezza.
    Si può dire, ad esempio:

    • “Mi accorgo che in questo periodo hai delle difficoltà. Cosa ti impedisce di prenderti cura di te?”
    • “Per me è importante che in casa tutti si sentano a proprio agio e sereni. Proviamo a pensare insieme a come riuscirci?”
    • “Ti va di cambiare qualcosa nelle tue abitudini di cura personale? Possiamo farlo a piccoli passi.”
    • “Che ne pensi di andare dal parrucchiere o dall’estetista? Magari potrebbe darti consigli adatti per te.”
    • “Quando ti senti più sicuro di te? C’è qualcosa che ti aiuta in quei momenti?”

    Cosa può aiutare l’adolescente a prendersi cura di sé

    Perché un ragazzo inizi a seguire la propria igiene personale con regolarità, è importante che senta di averne la forza e di non essere lasciato solo. Ecco cosa può essere utile:

    • Lodare i piccoli passi. Anche solo lavarsi il viso è già un progresso.
    • Pianificare insieme. Creare un piano semplice: cosa fare al mattino e alla sera.
    • Promemoria e supporti visivi. Un elenco sullo specchio o un’app possono risultare utili.
    • Un ambiente confortevole. Un sapone preferito, un asciugamano morbido, silenzio in bagno o la possibilità di ascoltare musica riducono le resistenze interne.
    • Responsabilizzazione graduale. Non è necessario che l’adolescente faccia tutto subito. Con il tuo sostegno, ma senza pressione, riuscirà a sentirsi all’altezza del compito.
    • Consulenze specialistiche. Estetista, tricologo, dermatologo, barbiere o parrucchiere possono dare indicazioni su pelle, capelli e cura personale in modo chiaro e motivante. A volte l’autorevolezza di un professionista esterno alla famiglia è più efficace delle parole dei genitori.

    Quando chiedere aiuto

    Se il rifiuto dell’igiene dura a lungo ed è accompagnato da ansia, apatia o forte isolamento, è bene rivolgersi a uno psicologo dell’età evolutiva. A volte non si tratta di protesta, ma di dolore.

    Prendersi cura di sé è una capacità che si costruisce nel tempo. La cosa più importante per i genitori è esserci: con rispetto, pazienza e fiducia nel proprio figlio.

  • Challenge pericolose: cosa possono fare i genitori

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    Alcune challenge diffuse su internet, come il train surfing (viaggiare all’esterno dei mezzi in corsa) o i selfie estremi, possono rappresentare un reale pericolo per la vita. È importante capire di cosa si tratta e come si diffondono: questo aiuta a notare per tempo eventuali segnali d’allarme.

    Che cosa sono le challenge e perché i bambini vi partecipano

    Le challenge pericolose sono “sfide” che un bambino o un ragazzo può ricevere tramite i social network o le app di messaggistica. Possono prevedere soffocamento, salti dai tetti, uso di sostanze, train surfing e altri comportamenti estremamente rischiosi.

    Queste challenge compaiono su TikTok, YouTube, Telegram, Discord; se ne parla anche tra amici, compagni di classe e influencer.

    I bambini più piccoli possono provare a parteciparvi per curiosità, per imitare i più grandi o per attirare l’attenzione. In questa fase la percezione del rischio è ancora poco sviluppata e manca quel “freno interno” che aiuta a dire di no.

    Gli adolescenti possono esserne coinvolti dalla pressione sociale dei compagni, dal desiderio di primeggiare, dalla mancanza di cautela o dalla voglia di sperimentare sensazioni estreme. A questa età la capacità di prevedere le conseguenze non è ancora pienamente sviluppata, mentre il bisogno di essere accettati dal gruppo è molto forte.

    Challenge più diffuse

    • giochi di soffocamento;
    • train surfing (viaggiare all’esterno dei mezzi di trasporto);
    • selfie su tetti o in luoghi pericolosi;
    • flash mob con autolesionismo (tagli);
    • “staffette” alcoliche;
    • “gruppi della morte”;
    • trash stream;
    • prove di resistenza: sopportare dolore, paura o pressione per ottenere like.

    Come riconoscere se un bambino è a rischio

    Il bambino non sempre dice apertamente di partecipare a giochi pericolosi, ma il suo comportamento può evidenziare alcuni segnali d’allarme:

    • diventa più chiuso o riservato;
    • mostra interesse per temi inquietanti o insoliti;
    • evita le conversazioni, soprattutto su internet e sugli amici;
    • compaiono segni inspiegabili sul suo corpo (lividi, tagli);
    • cambia bruscamente di umore, comportamento o frequentazioni;
    • guarda ripetutamente gli stessi video;
    • usa parole strane o in codice.

    Come parlare con un figlio delle challenge pericolose

    Niente minacce, niente accuse, niente prediche: queste sono le regole principali. Meglio chiedere, ad esempio: Hai visto online dei video strani o spaventosi? Cosa ne pensi?”.

    È importante ascoltare senza giudicare. Se la fiducia è già compromessa, il supporto di uno psicologo familiare può essere utile. L’essenziale è che il bambino sappia che non verrà rimproverato, ma aiutato.

    Come proteggere tuo figlio

    Anche se non noti segnali preoccupanti, è importante costruire in anticipo un rapporto di fiducia e un ambiente digitale sicuro. Seguire l’attività online di tuo figlio non significa controllo totale, ma partecipazione e dialogo.

    Cosa possono fare i genitori:

    • Interessarsi a ciò che il bambino guarda: discutere insieme i video, chiedere dei creator preferiti, guardare contenuti insieme e osservare cosa gli propongono gli algoritmi;
    • Insegnare a valutare criticamente le informazioni online;
    • Dare il buon esempio nei comportamenti digitali: cosa si pubblica, come si reagisce ai contenuti, chi si segue;
    • Aggiungersi come amici o follower sui social e nelle app di messaggistica;
    • Attivare il parental control, parlandone apertamente con il bambino;
    • Parlare delle app prima di installarle e decidere insieme se scaricarle;
    • Stabilire regole familiari per l’uso di gadget e internet.

    È importante anche ricordare che il controllo nascosto e i divieti rigidi possono compromettere il rapporto di fiducia tra bambino e genitore.

    Cosa è meglio evitare

    • Non accedere di nascosto agli account personali del bambino né controllare le sue chat: la partecipazione attiva è più efficace della sorveglianza occulta;
    • Non usare programmi nascosti di monitoraggio: minano la fiducia e non favoriscono l’autonomia del bambino;
    • Non pensare che il parental control sia di per sé solo una soluzione: funziona solo insieme al dialogo e al sostegno;
    • Non deridere né accusare il bambino se parla di video strani o del comportamento dei suoi amici;
    • Non minacciare punizioni per la visione di contenuti dannosi: questo aumenta solo il fascino del proibito;
    • Non scaricare tutta la responsabilità sulla scuola o sui social: il coinvolgimento personale dei genitori è fondamentale.

    Non possiamo controllare tutto ciò che accade attorno al bambino, ma possiamo stargli accanto. Sono proprio la fiducia, l’attenzione e un dialogo sereno e sincero a poter fare la differenza.

  • Il bambino è davvero malato o semplicemente non vuole andare a scuola?

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    A volte i genitori si trovano davanti a una situazione ambigua: il bambino si lamenta di avere mal di testa o mal di pancia, ma non ci sono segni evidenti di malattia. Rimane a casa e, dopo un’ora, corre per l’appartamento pieno di energia o chiede qualcosa di dolce.

    In questi momenti sorge il dubbio: sta davvero male o semplicemente non vuole andare a scuola? Vediamo come capire cosa sta succedendo e come reagire.

    Perché un bambino può fingere di stare male

    Fingere non significa necessariamente mentire. Spesso dietro questo comportamento ci sono emozioni diverse, che per il bambino possono essere difficili da gestire. Tra le cause più comuni ci sono:

    • Paura: un compito in classe, un’interrogazione orale, l’allenamento sportivo, un conflitto con i compagni.
    • Sovraccarico: quando il bambino è stanco, può cercare inconsciamente un modo per riposare.
    • Ansia: insicurezza, timore dell’insegnante o dei compagni di classe.
    • Bisogno di attenzione: al bambino manca il contatto con i genitori.
    • Ricordo di esperienze passate: durante una vera malattia poteva evitare i compiti, ricevere attenzioni o guardare più cartoni animati.
    • Semplice mancanza di motivazione: non per paura o ansia, ma perché la scuola gli sembra noiosa, poco accogliente o priva di senso.

    Quando il bambino inizia a fingere in modo consapevole

    Già dai 6-7 anni i bambini capiscono che la bugia può essere usata per evitare qualcosa di spiacevole. Con il tempo, le loro “storie” diventano sempre più credibili.
    Verso i 10-12 anni sono in grado di prevedere la reazione degli adulti e di adattare il proprio comportamento per ottenere ciò che vogliono.
    Negli adolescenti, fingere può diventare un modo per difendere i limiti dei propri spazi personali o per esprimere una protesta.

    Come capire se il bambino è malato o non vuole andare a scuola

    Ci sono alcuni segnali che possono essere significativi:

    • Le lamentele compaiono regolarmente, ma solo in giorni o momenti specifici: ad esempio il venerdì, prima di un compito in classe o di un evento importante.
    • Il comportamento non corrisponde ai sintomi di una malattia: il bambino parla di dolori forti (mal di pancia, mal di testa), ma non ci sono febbre, vomito, eruzioni cutanee o altro. È importante ricordare che il dolore può essere reale anche senza segni esterni.
    • Il benessere migliora rapidamente quando si passa ad attività piacevoli: giochi, cartoni animati o serie TV.
    • La descrizione del malessere è vaga: il bambino non riesce a spiegare con precisione qual è il suo disturbo.

    Cosa fare se sembra che il bambino stia fingendo

    La cosa più importante è non accusarlo e non farlo sentire in colpa. Anche se il bambino non è davvero malato, il suo comportamento è un modo per comunicare qualcosa. Invece dei rimproveri, è meglio:

    • Parlare con calma della situazione: “Vuoi spesso restare a casa, mi dicicosa non va? C’è qualcosa a scuola che non ti piace?”.
    • Proporre un’alternativa: “Se ha delle difficoltà, proviamo a pensare insieme a come affrontarle”.
    • Annotare quando e di cosa si lamenta il bambino e come si comporta durante la giornata: questo aiuta a individuare eventuali schemi ricorrenti.
    • Osservare lo stato emotivo, il sonno, l’umore e le relazioni con i compagni.

    Quando serve l’aiuto di un medico o di uno psicologo

    Se le lamentele diventano frequenti e non si riesce a capirne la causa, è opportuno rivolgersi a uno specialista.
    Una visita medica può escludere un problema fisico. Se tutto risulta nella norma, parlare con uno psicologo può essere utile: il bambino potrebbe star affrontando un periodo di ansia, essere oggetto di bullismo o avere altre difficoltà che non riesce a esprimere apertamente.

    Se il bambino dice di stare male ma hai dei dubbi, non affrettarti a trarre delle conclusioni. Anche dietro una finzione può nascondersi una causa reale, ad esempio stanchezza, ansia o il desiderio di stare con te a casa.
    Non è un capriccio, ma un modo per segnalare una difficoltà. Sostegno, attenzione e fiducia aiutano a comprendere il bambino e a rafforzare il legame. A volte questo è già sufficiente perché torni a sentirsi protetto e a suo agio.

  • Bisogna costringere un bambino a mangiare?

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    Molti genitori si preoccupano quando il figlio mangia poco o rifiuta il cibo. Temono che, se non intervengono, non si alimenterà adeguatamente e non si svilupperà di conseguenza. Ma è davvero necessario costringere i bambini a mangiare e a finire quello che hanno nel piatto? Cosa dicono le ricerche e come rispettare le esigenze del bambino?

    Perché un bambino non vuole mangiare

    L’appetito di neonati, bambini e adolescenti può variare a seconda della fase di crescita, di stanchezza, malattia, stress o semplicemente dell’umore.
    A volte il bambino è già sazio, ma il genitore insiste: “Non hai mangiato niente. Mangia ancora qualcosa”. Spesso, però, queste richieste riflettono più l’ansia dell’adulto che un reale bisogno del bambino.

    Cosa dicono gli studi scientifici

    Secondo il Journal of the American Dietetic Association, costringere un bambino a mangiare non aumenta il suo interesse per il cibo. Al contrario, può provocare ansia e un atteggiamento negativo verso l’alimentazione e il momento dei pasti.
    Gli specialisti dell’ospedale pediatrico dell’Università del Michigan sottolineano che l’obbligo di finire tutto quello che ha nel piatto impedisce al bambino di riconoscere i segnali di sazietà e aumenta il rischio di eccessi alimentari in futuro. La pressione non crea abitudini sane, ma ne danneggia lo sviluppo.

    Perché “solo un’altra cucchiaiata è una forma di pressione

    Frasi come “Non vuoi vedere il disegno del cagnolino che ti aspetta sul fondo del piatto?”», “Se non mangi tutto, niente merenda oggi” o “Finché non finisci, non ti alzi da tavola” sono esempi di pressione sul bambino.
    I genitori agiscono con buone intenzioni, ma il bambino percepisce la costrizione, perde il controllo della situazione e smette di ascoltare il proprio corpo.

    Come aiutare il bambino a mangiare con gusto

    Gli studi confermano che un’atmosfera serena e accogliente a tavola aiuta i bambini a sviluppare un rapporto sano con il cibo. Non si tratta solo del menù, ma anche di rispetto, dialogo e libertà di scelta. Ecco qualche consiglio utile:

    • Offrire il cibo senza pressioni e mangiare insieme: questo crea un senso di sicurezza e condivisione.
    • Dare al bambino la possibilità di scegliere tra opzioni adeguate, in modo che senta di essere rispettato e di avere il controllo delle sue scelte.
    • Spiegargli da cosa è composto il cibo e come influisce sulla salute, magari accennando in modo naturale a quali alimenti contengono vitamine e perché sono utili.
    • Rispettare la routine dei pasti: quando colazione, pranzo, merenda e cena hanno orari prevedibili, il cibo diventa parte dei ritmi quotidiani.

    L’approccio “decidi tu quanto mangiare” è un principio chiave dell’alimentazione rispettosa: aiuta il bambino ad ascoltare il proprio corpo e a sviluppare un rapporto consapevole con il cibo.

    Cose da evitare

    Nel tentativo di migliorare l’alimentazione dei figli, a volte genitori o familiari usano strategie che ottengono l’effetto opposto.
    Ecco cosa non fare:

    • Non usare il cibo come strumento di pressione o manipolazione: “Se mangi i broccoli, avrai il dolce”
    • Non ricattare né contrattare: “Se non mangi, non vai a giocare”
    • Non fare confronti con altri bambini: “Guarda come mangia tuo fratello”
    • Non deridere i gusti del bambino né criticarlo per le sue preferenze
    • Non dividere i cibi in “giusti” e “sbagliati”, “sani”» e “non sani” perché: questo crea un rapporto di ansia nei confronti dell’alimentazione.

    Costringere a mangiare non aiuta, anzi è un danno. È molto più utile creare un clima sereno e rispettoso, in cui il bambino possa imparare da solo a riconoscere il senso di fame e quello di sazietà. Non conta quanto mangia, ma il rapporto che costruisce con il cibo.